New Order

Noi siamo Infinito. Era il titolo di un film, di un libro.

E’ così?

Lo sa, tutta quanta la mia generazione. Ne dubita. Lo spera. Cerca quell’attimo, quella frazione di secondo in cui allargare le braccia – tra la musica e l’ebrezza di una pista ghermita da ragazzi che sa vivere la sua stessa vita – e dentro al quale si sente a casa.

Lo sai, in fondo, sono come te: hanno gli stessi sogni, le stesse ansie, la stessa fame.

Hanno ciò che non hanno chiesto e soffrono la carenza di ciò che gli sarebbe indispensabile.

Mentre la musica percuote e culla e sulle facce colorate dai neon vedi un sorriso di speranza, la lancetta dell’orologio corre, e tutti vorrebbero che in qualche modo si arrestasse.

In pista osservi le ragazze che fanno gruppo: ancheggiano timidamente, non si azzardano a guardare; quasi non respirano.

Oltre la balaustra e lungo il corrimano della scalinata che scende fino al bancone stanno appollaiati gli avvoltoi del venerdì. Scrutano la massa, cercano qualcuno, puntano a qualcosa. Non ballano, non parlano mai; talvolta arraffano.

Fuori fa freddo: due, tre gradi al massimo, ma ti metti vicino ad un fungo acceso ad ustionarti la nuca per fumare una sigaretta.

Un gruppo di ragazzi sono amici di qualcuno che conosci. Sono seduti ai tavoli con le panche di legno. Ti offrono una canna e si parla di Netflix, al cinema l’ultimo film di Nolan, politica, Luca è andato a Pattaya e di mi sono appena lasciato, sto da cani, veramente.

Scambi due parole con il buttafuori che incombe su te e tutto quello che dovresti essere come una montagna di pazienza, più nero della notte, con quel sorriso che viene da così lontano – davvero troppo, perché tu possa anche solo immaginare.

Torni dentro.

Le accoppiate di esibizionisti imbastiscono qualche coreografia semiseria, muovono una spalla, le braccia, ammiccano e ti fanno ridere.

In prima linea ci sono i Pirati, i Folli e le Sirene.

Sono le due del mattino, le tre, le quattro.

“Se non metti l’ultima, noi non ce ne andiamo!”, esplode il coro degli irriducibili, di quelli che fanno sorridere il dj che ti regala un Morrissey a mo’ di premio di consolazione.

La pista si svuota, si accendono le luci e vieni accecato dalla disperazione di un momento.

Ci sono quelli che si trascinano come ectoplasmi alcolici alle loro auto per migrare nell’altro locale, nella zona industriale della città, che chiude alle sei e mezza, talvolta addirittura alle sette.

Altrimenti ci si accorda, come un’orda di zombie famelici, per andare a mangiare la pizza unta e le brioches alla crema in quel familiare bugigattolo dove hanno freddato il proprietario.

“Se non metti l’ultima, noi non ce ne andiamo!”

Nicola si sbraccia più di tutti, si sgola come se fosse allo stadio. Non vuole andare via, non vuole interrompere questo magnifico stato di transizione. E’ il genere di uomo che tira avanti fino a che può, e chi lo sa fino a che punto riesce ad arrivare.

Indossa la maglietta con le chiavi inglesi e le scimmie e i jeans con i buchi alle ginocchia.

Ha la nuca umida di sudore, le braccia nude e lunghe nervose come rami di un albero, le mani fredde e gli occhi cattivi.

Si arrende solo perché gli metto una mano sulla spalla. Lo accarezzo come un gatto, che smette di soffiare ma non per questo comincerà a fare le fusa.

Lui vota Cinque Stelle. Ci si è votato come fosse il nuovo Messia. Litiga con chiunque cerchi di disilludere un viscerale, urgente bisogno di cambiamento.

A casa ci mettiamo seduti al tavolo uno di fronte all’altro e si appropria dei miei piedi, abbandonati sopra al suo grembo, coccolandoseli come amanti.

Prepara l’ultima canna con la fronte corrucciata, pasticciando sul palmo a coppa della mano un dito di roba che copre con la cartina su cui ribalta tutto. Chiude male e lascia sempre in mezzo un po’ di pause.

Guardiamo stralci di Fantozzi su YouTube e ascoltiamo Blue Monday dal suo cellulare infilato in una tazza da latte. Metto sui fornelli un pentolino d’acqua per la tisana con  fiori d’arancio e zenzero.

Tra poco sorgerà l’alba ed il cinguettio degli uccelli ci accompagneranno dentro al letto, al nostro sesso ed al sonno, acquietando il terrore di una vita di mafia e burocrazia e politici senza gloria.

Ma prima cos’era, tra una canzone e una carezza sul collo e una risata? Era la ricerca della quiete, dell’amore e della grazia, facendo a gomitate tra la folla per liberarsi dalla stretta di un popolo di vecchi genitori e vecchi insegnanti e vecchi nonni che si sono arresi.

C’era la ricerca dello sguardo di quella ragazza là, che sorride e che questa notte ti sei tenuto stretta contro al petto.

Era la ricerca di un breve stato di grazia dove poter sapere, potersi muovere e far uscire un: io sono meglio di così. Io sono Io, e voi non potete togliermi davvero tutto. Non potete condannarmi al vostro niente.

Siamo tornati da poco a votare. Per l’Italia, per noi stessi, per quelli che sono volati come farfalle luminose e fiere all’estero.

Li vedi? Ne senti parlare. Li conosci: in Inghilterra, in Germania, in Spagna, in America.

Io immagino che ogni tanto uno scroscio di pioggia li accompagni dentro, lungo un successo che viene da gente che parla una lingua differente. Si sta al calduccio, tutto sommato, ma non si tratta dello stesso sole che ti ha asciugato il sangue dalle ginocchia sbucciate quando da piccolo cascavi dalla bicicletta, ti alzavi e tornavi a pedalarci sopra.

Che fila c’era davanti ai seggi. Quante occhiaie sotto agli occhi. Quanto terrore. Quanta timida fede davanti ad una croce a cui mancano anche i chiodi.

E’ cambiato qualcosa? Siamo cambiati noi?

 

New Orderultima modifica: 2019-03-23T21:24:33+01:00da rossololita5
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