TRE NOBEL PART II – A Londra

Arrivo nella City of London alle ore 17.35.

Il volo è stato l’incubo da digestione pesante di ogni viaggiatore: due ore di scossoni, vuoti d’aria e i piagnistei intermittenti di un poppante colitico; le hostess che mi sorridono come se fossi condannato all’iniezione letale, le botte nello schienale dalle ginocchia del passeggero della fila dietro e un atterraggio meno morbido di un tamponamento stradale.

Io ho paura di volare. Passo il tempo a fissarmi i piedi appoggiati sul pavimento dell’aereo, che si appoggia sul niente. Niente cemento, niente acqua; solo particelle d’aria e un finestrino che sembra dirmi:

«Ciao bello! Lo sai che sono spesso due dita e sono fatto col materiale di un contenitore della Tupperware?»

Cerco sempre di non guardare fuori.

Il tizio di fianco a me ha finto di dormire per tutto il viaggio, mentre io so benissimo che in realtà stava recitando mentalmente l’Ave Maria.

Anyway, ho il mio zaino in spalla e mi faccio largo tra turisti e uomini in giacca e cravatta fuori dall’aeroporto.

Il Pollo alla conquista della Gran Bretagna.

Per strada ci sono -2 gradi, un’umidità del duecento per cento, una pioggerella ambigua (che non gocciola ma ti bagna lo stesso) e una puzza di smog che ti annerisce i polmoni anche solo a pensarci.

Ho bisogno di mangiarmi un bue e di dormire dieci ore in posizione orizzontale.  E forse anche di una doccia, perché puzzo di piumino stantio e di aria condizionata sporca. Ieri sera sono andato a ballare in un locale di musica elettronica e ho tirato fino all’alba. Lì ho conosciuto una tipa.

Mi ha detto di chiamarsi Alessia, avere ventiquattro anni, una laurea in scienze della comunicazione e di essersi appena mollata con il tipo con cui stava dalla prima superiore.

Non era niente di eccezionale: bassina, con i capelli lunghi fino alle spalle, poco seno ma un bel culo. Comunque abbiamo ballato, chiacchierato e bevuto rhum e coca fino alla chiusura del locale.

Quando le ho messo la lingua in bocca e proposto di andare in macchina a fumarci una canna, ha detto subito di sì. Ci siamo arrangiati sul sedile posteriore, con il parcheggio ormai sgombro, e dopo un certo numero di gemiti molto rumorosi per farmi capire che si stava divertendo, mi ha fatto concludere con un bel pompino, di quelli che ti danno un orgasmo simile ad un lancio con il paracadute.

Poi ha voluto essere coccolata e mi ha chiesto se ci rivediamo.

In definitiva tra il dire e il fare sono riuscito a schiacciare un pisolino giusto tra la fine del corpo a corpo ed il rientro a casa per prendere la roba per la partenza.

Non ricordo che cosa ho messo nello zaino, ma qualcosa fatto di cotone e jeans, qualche calzino e delle mutande pulite, quasi sicuramente.

Mia sorella mi avrà preparato il divano letto con le lenzuola del corredo che la mamma le ha ceduto a malincuore per l’espatrio. Non ho idea di come sia l’appartamento dove abita da due anni con un tizio di Glasgow e una di Pomezia, ma confido nel riscaldamento e la cena.

Mi ficco nel grigio londinese della City e me ne vado tutto sbilenco a prendere la metropolitana, con il peso dell’Invicta che mi sega la spalla.

Devo comprare i biglietti, stare attento alle linee, non farmi confondere dalle indicazioni in inglese e pensare che tutto questo andare faccia parte dell’avventura di uno che sa come muoversi senza le palpitazioni e le paranoie del merlo[1].

[1] “Merlo”: alternativa a “Nobel” che sta a indicare un tipo sprovveduto, con la testa fra le nuvole, la tendenza a combinare casini e probabilmente originario delle mie parti.

Certo che se fossero venuti anche l’Alto e il Vinci sarebbe stato un girovagare più epico, ma i due moschettieri non avevano né i soldi né le ferie per muoversi. So, I’m a lonely, lonesome man.

Mi serviva un cambio di scena: su in paese (che è uno sputo in montagna con neanche settecento abitanti, di cui due terzi già in pensione)  le cose ristagnano come pesci morti, e io sono un tipo attivo, che se non fa subito la macedonia prende quella sfumatura marroncina delle mele sbucciate inutilmente.

Glie l’ho detto, al Vinci:

«Te sbagli perché te ne stai piantato nella terra come un albero del cazzo, che agita un po’ i rami quando soffia il vento ma vede sempre e solo lo stesso panorama. La tua vita è: la ditta con i computer, i videogiochi, la Bea, la birra il fine settimana e le partite del Basket Brescia.»

No no no. It’s not the way for me.

Ma è sempre stato così, con il Vinci. Si crede felice quando può fare quello che fanno gli altri.

Per l’Alto il discorso è un poco diverso, ma neanche tanto: lui non si crede felice e si rompe le palle, ma preferisce lamentarsi. Sgobba dodici ore al giorno come idraulico per quella testa di cazzo del suo capo, un certo Juričić, un ucraino fighetto con la fissa per gli orologi di marca, l’I-phon ultimo modello e la convinzione di essere l’unico che lavora davvero in tutto il paese, mentre gli altri si grattano il cavallo delle braghe.

Quando non diventa matto per cercare di accontentare quel fenomeno, passa il tempo stravaccato sul divano a stordirsi di canne e a mandare a puttane le storie che ha in ballo con tipe che in realtà gli piacciono un sacco. Quindi si lascia crescere la barba come un nano del Signore degli Anelli, si scopa qualche cinquantenne divorziata e si da’ al bricolage.

Sulla metro c’è una coppia di ragazze che si tiene per mano. Una è bionda e riccia, con gli occhi belli, e una ha i capelli castani, lisci e la bocca a cuore.

Le donne, per me, sono sempre state animali estremamente semplici da decodificare.

Di solito mi basta agganciarne lo sguardo, alzare un angolo di sorriso e cominciare a parlare di tutto: libri, film, musica, fotografia, viaggi, arte, cinema, cucina, politica, cuccioli, arredamento e segni zodiacali. Più passione si mette nel discorso e più sembrano  disponibili. A parte rarissime eccezioni, meglio evitare il ciclismo, il bird-watching e i giochi di ruolo, argomenti che sembra provochino un invacuimento dell’occhio e la totale astensione al rapporto sessuale. Invece, con il tono appropriato, si possono dire delle cagate pazzesche su qualsiasi argomento sopracitato e raggiungere un livello di sintonia prossimo come minimo alla fragola[2].

[2] “Fragola” alternativa al termine più in voga “limone” che uso per indicare il bacio con la lingua. Un giorno riflettevo sul fatto che un limone è una cosa aspra, che provoca brividi striscianti lungo la schiena e pure stitichezza; mentre una fragola è dolce e succosa e anche carina da vedere. Ergo, se non stai interagendo intimamente con una che preferiresti a luce spenta, trovo più sensato definirlo fragola che limone.

Mi metto a valutare le due tipe per una decina di minuti sperando in un’occasione per socializzare, ma loro parlottano e ridono in spagnolo come raccontandosi segreti e non mi calcolano neanche per sbaglio. Lancio sorrisetti distratti nella loro direzione, mi tolgo la berretta e mi liscio il ciuffo, ma quando un tizio con la faccia da topo seduto di fianco alla bionda si da un bacio sulla mano e me lo spedisce soffiandosi sul palmo, decido di piantarla e godermi il cartello dell’allarme antincendio.

Dopo venti minuti avvolto della luce micraniosa al neon del vagone, vecchie nonne inglesi con il cappotto ed il cappello, ragazzini con le Snikers e il cellulare incollato al naso, afroamericane con un figlio sulla schiena, uno in braccio e uno nel passeggino, maniaci con il chiodo e i baffi da trafficanti di cocaina, qualche sparuto cinese con la frangia e diversi indiani con il turbante aromatizzato all’aglio, scendo alla mia fermata per imboccare due rampe di scale, uscire in strada e respirare altro smog e, questa volta, aria di neve e Natale.

La città è tutta illuminata dalle lucine d’oro, rosso e argento dei festoni. Sono attorno ai lampioni, lungo i cornicioni dei palazzi e sopra la testa dei passanti, delle macchine e degli autobus a due piani.

Ci sono tantissimi locali e chiese e negozi di abbigliamento e cabine telefoniche e negozi di intimo e rosticcerie e negozi di telefonia e sale da thè.

Moltissime persone si portano appresso sacchetti colorati con dentro i regali, e la maggior parte dei bambini ha la berretta, la sciarpa e i guanti, ed io ho deciso che sono contento e che non sono poi così stanco né puzzo poi molto, perciò mi ficco dentro ad un pub in una stradina secondaria un po’ appartata per festeggiare il mio grande arrivo. A dar retta alla cartina acclusa alla Lonely Planet che ho nella tasca della giacca, casa di mia sorella è solo ad un paio di chilometri, perciò no problem: mi siedo ad un tavolo e ordino una birra scura.

Non appena appoggio il labbro al bordo del bicchiere, un tipo uscito dal cesso mi si piazza davanti e mi chiede in un orrido inglese biascicato:

«Ehi man. May I sit here?»

«Of course you can», butto lì per non essere scortese.

Lui agguanta lo schienale della sedia, la fa ruotare e ci si siede a cavalcioni con un unico gesto fluido molto Hollywoodiano. È più o meno sulla cinquantina; basso, stempiato e con i capelli rasati corti, la faccia gonfia, naso aquilino e labbra sottili.

«Thanks», ringrazia deliziandomi con un sorriso giallognolo.

«Figurati.» (Da qui in poi, riporterò la conversazione direttamente in Italiano).

«Allora. Che mi racconti?» Domanda facendo cenno al cameriere dietro al banco di servirgli una birra uguale alla mia.

«Niente di che. Sono appena arrivato.»

«Italiano?»

«Già.»

«Sei venuto nel posto giusto.»

«Direi di sì.»

«Cosa fai di bello nella vita?» Poi scuote la testa, come per correggersi, e mi offre la mano tesa:

«Scusami, non mi sono nemmeno presentato. Mi chiamo Alex.»

Glie la stringo e sento che ha il palmo calloso e secco.

«Stefano.»

«Piacere. Dicevi?»

«Faccio il fotografo.»

«Ah sì? Di che genere?»

«No, cioè, per la verità lavoro in fabbrica, ma mi piacerebbe lavorare in quel campo.»

«Sei bravo?»

«Me la cavo. E tu? Sei di qui?»

«Naaah. Sono scozzese. Non si sente?», ride, e gli si formano tante crepe attorno agli occhietti acquosi.

«Un po’, in effetti. Ma non sono bravo a distinguere gli accenti.»

Inghiotto un bel sorso di birra per sciogliere la lingua e dare una botta al motore; mi piace un sacco parlare inglese. Alle superiori era l’unica materia in cui mi impegnassi, ma è praticamente impossibile avere la possibilità di usarlo con qualcuno, dalle mie parti.

Il cameriere arriva, gli poggia il boccale di birra davanti e mi fa l’occhiolino. Io lo seguo un momento con lo sguardo e poi torno a dar retta ad Alex, che ha cominciato ad intavolare una conversazione tutta incentrata su di sé.

Mi racconta che fino ai ventun anni ha vissuto in un paese minuscolo vicino ad Aberdeen, senza fare un cazzo e campando con il sussidio di disoccupazione. Ogni tanto faceva qualche lavoretto, ma più che altro si faceva di eroina ed altra roba facilmente reperibile tra il suo giro di amicizie. Poi la sua ragazza di quegli anni era crepata di overdose, e lui aveva pensato bene di ripulirsi e cambiare vita finché non si era ancora beccato l’HIV, e/o non era stato massacrato da qualche spacciatore a cui doveva soldi.

Quindi aveva viaggiato per un po’ alle spalle di un tizio tedesco conosciuto a Edimburgo, macinandosi tutte le capitali europee. Poi aveva mandato a fare in culo il tipo per mettersi con dei ragazzi conosciuti in Spagna, suonando la chitarra nel loro gruppo, si era fatto a sua volta mandare a quel paese dalla loro cantante, una bionda con -a sentire lui “le tette più belle che mi fossero mai capitate tra le mani”, e si era stabilito a Barcellona per un po’ facendo il lavapiatti, il cameriere, il receptionist di albergo e altre mille cose più o meno illegali.

Non è che stia capendo proprio parola per parola, di tutto il romanzo, ma riesco ad afferrare il quadro generale delle situazioni facendomi un sacco di risate. Alex ha questa parlata strascicata ed un modo di gesticolare e fare facce che me lo rendono simpatico, e dopo una quarantina di minuti e cinque birre (gentilmente offerte), mi sembra di conoscerlo da una vita.

Non mi scoccia neanche che ogni tanto mi dia una manata sulla coscia o mi strizzi il braccio fino a farmi sentire gli spilli perché alla fine è uno apposto, a cui piace enfatizzare i concetti come a mia nonna, che quando parla mi pianta un gomito nello stomaco ogni due minuti per assicurarsi che la stia ascoltando.

Nel frattempo il locale si è fatto più affollato. Mi levo la giacca e il maglione e lancio un’occhiata a dei ragazzi che giocano a freccette nell’angolo di fronte. Alcuni sono in mezze maniche. C’è un caldo da sauna tale che i vetri hanno uno spesso strato di condensa e, tra la musica ad alto volume, gli schiamazzi e le risa dei clienti, il pub sembra stia per esplodere.

Noto che ci sono pochissime ragazze, ma ne individuo una mica male appoggiata al bordo del tavolo da biliardo. Ha la faccia tonda, i capelli del biondiccio incolore tipico degli irlandesi e i fianchi un po’ pesanti, ma sotto la maglietta a righe rosse e blu riesco ad intuire la punta dei capezzoli, perciò la osservo con un certo interesse.

Alex mi scuote la spalla con fare amichevole e mi riporta sul suo pianeta: Pianeta Alex.

«Tranquillo, adesso la smetto di parlare di me», mi rassicura con un ghigno alcolico da tuonato.

«What about you?»

Mi alzo barcollando leggermente.

«Io… Ah… Devo andare a pisciare.»

Lo mollo lì che sta ancora facendo sissì con la testa, apro la porta del cesso con malgarbo e mi sbottono i pantaloni fischiettando English man in New York di Sting.

Ovviamente il posto è uno schifo totale: c’è solo una lampadina nuda che penzola dal soffitto e una puzza da galera, ma io faccio caso esclusivamente al buco in cui fare centro e le piastrelle sudice con le classiche scritte fatte a pennarello.

Ce n’è una in particolare che mi si inchioda in testa. In italiano la tradurrei così:

“Vuoi solo il mio bene, ma io non te lo do.”

Mi manda quasi in paranoia. Mi domando:

Chi l’ha scritta? E perché? E a chi è che non vuole dare il suo bene?

Che cosa l’ha spinto a decidere di non voler dare a qualcuno il suo bene, mentre questo qualcuno glie ne vuole? Che cosa gli avrà fatto? L’ha tradito? Oppure semplicemente si tratta di una persona che non gli va giù?

Finisco di scrollare e mi do una lavata sommaria alle mani nel lavandino incrostato dal calcare, la polvere e altra roba equivoca senza il sapone che non c’è, per poi asciugarmele sui jeans.

Quella frase mi ha catapultato immediatamente a casa e alla tipa con cui sono stato stanotte.

So già che cosa sta cercando: uno con cui sistemarsi.

La maggior parte delle ragazze che ho conosciuto vogliono mettersi con qualcuno e poi andare a convivere con lui e poi sposarsi con lui e poi fare figli con lui (anche se non necessariamente in questo ordine) e poi invecchiare insieme a lui, finché morte non sopraggiunga.

Ma perché io dovrei voler fare una cosa simile?

Io non lo so, che cosa voglio fare fino alla morte, e con chi.

Sono un tipo piuttosto romantico e spesso mi è capitato di affezionarmi alle ragazze che frequento, ma mi piace troppo fare le cose a modo mio e quando lo decido io. Mi ammazza dover rendere conto del mio tempo a qualcun altro. O delle motivazioni dietro alle mie scelte.

È che le ragazze campano di aspettative: credono di avere il diritto di immaginarti come piacerebbe a loro e di infastidirsi quando scoprono che non è così.

E poi sono troppo fissate con la stabilità. Hanno bisogno di avere il più possibile l’illusione dell’ordine e del controllo, l’idea di poter vivere in una bolla, mentre io vivo in affitto in un buco puzzolente con gli stessi cartocci unti del kebab di due anni fa.

Ovviamente questa loro bolla è il raggiungimento degli obiettivi che dicevo: relazione, convivenza, matrimonio, figli.

Spesso ho provato a far capire alla tipa di turno come la penso, ma è sempre stato un disastro. All’inizio della conoscenza fingono di non aver capito. Poi, quando è evidente che hanno capito, cercano di farmi cambiare idea. Dopodiché, fingono di non capire che non la cambierò. Quando è altrettanto evidente che questo non succederà, smettono di fingere e s’incazzano. E quando si incazzano, diventa una guerra all’ultimo sangue: insistono e soffrono e piangono e soffrono e mettono il broncio e insistono e accusano e soffrono.

A quel punto non c’è molto da fare; o si arrendono e mi mollano, oppure mandano giù un bel po’ di cacca e poi mi mollano.

Non capisco che cosa ci guadagnino, e perché per loro sia così importante. Però mi rendo conto di aver bevuto e di essere abbastanza brillo, perciò penso che ci rifletterò sopra in un altro momento ed esco dal cesso per tornare sul Pianeta Alex.

Peccato che il tipo sia sparito.

Lancio un’occhiata al bancone, ma non c’è. Al tavolo da biliardo e alla postazione delle freccette nemmeno. A chiacchierare con qualcuno ad un altro tavolo neppure.

Torno a sedermi al mio posto con un’alzata di spalle e ad interessarmi della bionda con la maglia a righe. Mi sembra che non stia con nessuno dei ragazzi con cui sta giocando, quindi quando ricambia il mio sguardo per un secondo senza sembrare schifata, decido di andare a parlarci.

Appena mi avvicino lei comincia a ridacchiare, ma non mi volta le spalle.

«Ehi, ciao! Tutto bene?»

«Sì, e tu?» Da vicino ha le tette meno grosse di quanto sembrava, ma è vero anche che non porta il reggiseno, come mi era sembrato da lontano.

«Io sono Stefano.»

«Piacere, Carol», dice, stringendomi la mano. «Sei italiano?»

«Già.»

«Si capisce.»

«Lo prendo come un complimento.» Carol ride di nuovo e ammicca ai suoi amici in modo malizioso.

«Ti presento gli altri. Loro sono Mark e David.» Stringo le mani anche a loro.

Mark è ben messo, con la faccia olivastra e incazzosa e le braccia muscolose. Ha un brutto neo sul sopracciglio destro che mi costringe a fissarlo un istante più del necessario.

David invece è basso e di costituzione minuta. Ha i capelli biondi legati in una coda e dei bei lineamenti: guance sbarbate, labbra sensuali  e due occhi azzurri pazzeschi. Immagino che alle femmine piaccia parecchio, ma Carol torna a rivolgere la sua attenzione al sottoscritto.

«Venite spesso, qui?»

«Sì, quasi tutte le sere dopo il lavoro. È un locale simpatico.»

Annuisco a nessuno in particolare guardandomi attorno con un sorriso alcolico che deve darmi un’aria da scemo. Lei ridacchia scambiando uno sguardo divertito con Mark. Mi da un po’ sui nervi questo atteggiamento cameratesco con cui sembra volermi escludere, ma non sono permaloso, dunque lascio correre.

I due ragazzi tornano ad occuparsi della partita e gironzolano attorno al tavolo verde con la stecca in mano, studiando la disposizione delle biglie.

Carol sorseggia la sua birra tranquillamente, come se fosse coca cola e io mi faccio più vicino.

«La tua maglietta mi piace un casino, sai?»

Sorride e si guarda le tette. Sono proprio brillo. Sento il pavimento ondeggiarmi sotto ai piedi come se fossi sul ponte di una nave e ho la vista appannata.

«Grazie. A me piace il tuo ciuffo, invece», ribatte.

Le appoggio una mano sulla schiena, giusto qualche centimetro prima della curva del fondoschiena.

«Senti, io sono appena arrivato. Che ne dici di portarmi a fare un giro?»

«Ah sì? E dove vorresti andare?»

«Non so. Non conosci un posto più tranquillo? Con questa musica bisogna urlare, per capirsi.»

Lei non mi scosta la mano e mi fissa con quel mezzo sorriso ironico, come a voler dire: non so ancora se mi va, però mi stai simpatico.

Da vicino noto che ha una spruzzata di lentiggini alla base del naso e i capelli un po’ unti, però ha anche un odore che mi piace.

«Non vuoi ballare?», chiede indicando dei ragazzi che hanno cominciato a saltellare e far ondeggiare le braccia a ritmo di una canzone dei Queen. Sembrano tutti ubriachi e allegri, come se fosse la festa di compleanno di qualcuno. E forse lo è.

«Preferirei stare un po’ solo con te. Che ne dici? Abiti nei paraggi?»

Carol non ha il tempo di rispondere che una manata vigorosa mi si abbatte sulla spalla.

«Ehiiii Stefano! Che succede? Che fai?» Mi volto e c’è il mio amico Alex, con una berretta in testa che gli lascia scoperto un orecchio  e glie ne copre un altro, la faccia tutta rossa per il freddo.

«Ehi, Alex!», rispondo, un po’ infastidito. Dalle mie parti se un amico ci sta provando con una, vige la regola del “stai-alla-larga-e-lascialo-fare-in-pace”. «Ho conosciuto Carol.»

Alex guarda prima lei poi me e le labbra sottili gli si stringono in una linea ancora più sottile.

«Ma come? Io sono uscito apposta per…» e mi fa l’occhiolino battendosi una mano sulla tasca rigonfia dei jeans.

Io non capisco un cazzo. Forse la mia comprensione dell’inglese sta subendo qualche contraccolpo. Decido di sorvolare ed essere gentile:

«Carol, lui è Alex.» La ragazza sembra a disagio e fa un passo indietro, come a volersi scusare.

«Sì, la conosco, Carol. Grazie mille», fa lui, con il broncio.

«Voleva portarmi a fare un giro per la City», continuo, anche se non sarebbero affari suoi.

«Ah sì?»

«Sì. C’è troppo rumore qui…»

«Davvero?»

«Già. Facciamo un giretto io e lei, tranquilli.»

«Ah! Ma sarai una bella troia…!», sbotta Alex pestando indispettito un piede per terra.

Il suo gesto mi fa quasi venire da ridere perché la trovo una reazione da bambini, ma d’altro canto mi sembra anche che stia esagerando.

Forse in precedenza ci aveva provato anche lui e lei deve averlo malcagato. E poi è abbastanza alticcio.

«Ehi, bello, non mi sembra il caso di insultarla, dai. Vacci piano», dico con tono paternalistico.

Mark e David interrompono il gioco per seguire la scena, le stecche in mano.

«Ma se abbiamo parlato per un’ora!…», si lamenta Alex rivolto a me, con un tono di voce più acuto del normale.

Carol scuote la testa come se stesse pensando che il tipo è un caso disperato. David dice qualcosa a Mark che non afferro a causa del casino generale provocato dal gruppo che balla. Molti stanno cantando Another one bites the dust a squarciagola, e tra questi noto un uomo alto un metro e cinquanta con la testa completamente rasata che si sta sbottonando la camicia in una parodia di Full Monty.

Tutto d’un tratto capisco.

Guardo Alex che mi fissa profondamente deluso/offeso/indignato e Carol, che tracanna birra dal boccale come se volesse trovarsi da tutt’altra parte e così facendo potesse rendersi invisibile.

La parola “bitch” non era riferita a lei, bensì a me.

Cioè: la troia, qui, sarei io.

Alzo le mani in segno di resa e le scuoto entrambe come se volessi salutare.

«Ah… no no… io…», biascico, sentendomi un deficiente.

«No cosa?» Fa Alex, che sta inalberando un’aria abbastanza velenosa.

«Io non avevo mica capito… Cioè, io non sono di qui…»

«No, ‘course. You’re Italian», ribatte lui con sarcasmo.

Mi sento in trappola, come se mi avessero scoperto ad imbucarmi ad una festa esclusiva senza invito.

Mark mi fissa con espressione disgustata:

«Ma che cazzo fai? Sfotti? Ma non lo sapete, voi italiani, cos’è un bar gay, o sei venuto solo per romperci le palle?»

Carol fa roteare gli occhi in modo comico e ridacchia nel bicchiere.

Io li guardo tutti, con la bocca aperta e a corto di argomenti. Noto distrattamente che il barista che ci ha serviti, da’ un buffetto allegro alla guancia di un ragazzo con gli occhiali seduto al capo opposto del bancone.

«Brutto stronzo», mi spara in faccia Alex. «’Fanculo tu e tutte le birre che ti ho offerto!»

A questo punto giro sui tacchi, incapace di pigolare altre parole in inglese che non siano dei patetici I’m sorry, I’m sorry…, agguanto giacca, maglione e zaino e mi guadagno goffamente l’uscita dando involontariamente una spallata ad una coppia di donne (che da vicino sono più uomini) che chiacchiera vicino alla porta.

Fuori fa un freddo rabbioso ed ha cominciato a nevicare. Mi lancio al galoppo con le budella che mi si sollevano ed attorcigliano in pancia e l’Invicta che mi sbatte contro l’anca, mentre un sudorino oleoso mi cola lungo il collo fin dentro alla maglietta. Non ho idea di dove cazzo stia andando e se sia la direzione giusta, ma temo di ritrovarmi Alex alle calcagna, che squittisce: troia! Troia! e mi da manate sulle spalle e urla che ormai li ha comprati, perciò bisogna che li usiamo, i suoi preservativi.

Mi fermo solo quando mi trovo a mezzo chilometro di distanza. A quel punto posso infilarmi maglione, giacca e berretta e riprendere fiato. Ansimo, tossisco e sputo un po’ di catarro tenendomi il fianco dolorante appoggiato al muro di un negozio abbandonato, le vetrine coperte da fogli di giornale e le scritte con lo spray sulla facciata di mattoni.

Per strada non c’è nessuno e la luce lugubre dei lampioni rende lattiginosa la foschia che sale dai marciapiedi mescolandosi con i fiocchi di neve che si posano e mi si sciolgono sul naso.

Mi sembra di stare un po’ meglio, perciò tiro fuori la guida dalla tasca e cerco di capire da che parte andare.

In questa zona della città non ci sono né festoni né luminarie né bambini felici né sale da thè con le insegne luminose e quella luce giallina e calda che si riflette sulla strada, bensì edifici di chissà che fine di quale secolo, grigi e silenziosi, puzza di cavolo bollito e rumori sinistri: una porta che sbatte da qualche parte, su, verso i piani alti, un roco gemito maschile che sembra esplodere dal nulla e si spegne in un attimo e l’abbaiare furioso di un cane qualche strada più avanti.

Gli unici esseri viventi che mi passano accanto sono tre buzzurri con le sciarpe dell’Arsenal e l’andatura sciancata, che si fermano per spruzzarmi addosso parole incomprensibili ma evidentemente incazzose.

Io decido che la migliore difesa possibile consiste nel raggomitolarmi come una palla, con le braccia sopra la testa balbettando:

«What?… What?…»

Sono già rassegnato a vedermi arrivare in faccia un bel pugno alla moviola, ma per fortuna i buzzurri devono trovarmi superfluo, perché indirizzatomi qualche rutto alcolico e gesto poco educato, proseguono barcollanti per la loro strada.

Dopo che hanno svoltato l’angolo, mi alzo e faccio un respiro profondo. Ho le ginocchia molli e la nausea, e con le mani che mi tremano mi ripeto di non fare il merlo; che ho solo bisogno di riuscire a mettere a fuoco i nomi delle strade, capire la direzione da prendere, non farmi assalire dall’ansia… ma onestamente quando vomito sulla Lonely Planet, tutto quello che vorrei è buttarmi sul divano letto di mia sorella, con le lenzuola del corredo che nostra mamma le ha ceduto a malincuore per l’espatrio.

TRE NOBEL PART II – A Londraultima modifica: 2018-12-13T18:12:35+01:00da rossololita5
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