TRE NOBEL

Lo sapevo che questa storia sarebbe stata un casino.

Il Pollo me l’aveva detto, e lui di queste cose ne sa, anche meglio del sottoscritto.

Sono uscito di casa verso le nove e mezzo per bere una birretta e fare due parole con gli amici pensando a questa cosa, e fuori c’era un freddo cane, di quelli che ti ghiacciano fin sotto alla pelle, facendoti tremare pure la spina dorsale e le ossa del cranio.

Mi sono messo in macchina e mi sono accorto che avevo lasciato il finestrino abbassato, perciò era una ghiacciaia, un vero frigorifero a quattro ruote. Ho dovuto mettermi in testa una berretta che era lì dai tempi del ‘15 -‘18, dove a momenti sulla lanugine stava crescendo la muffa.

Per strada avrò incrociato sì e no quattro macchine con i fari che facevano brillare la crosta di ghiaccio sull’asfalto e ho parcheggiato davanti al bar del Bino alle dieci, perché ho dovuto guidare ai trenta all’ora, che sulle curve slittavo di brutto con le ruote di dietro, cioè quelle che non ho sostituito con le gomme invernali. Il mio magro compenso di apprendista idraulico mi getta tutti i mesi davanti ad un bivio: manutenzione accurata della Panda, oppure serata alcolica il venerdì e il sabato sera?…

Insomma, slittavo.

Dal Bino c’erano i soliti tizi: camionisti senza l’anima che pare vivano nella cabina del loro mezzo puzzolente di sudore e scoregge e alito pesante, e qualche ragazzetto alle macchinette delle slot, con la testa rasata, incassata nel colletto delle giacche lucide come a volersi proteggere dal cartello “GIOCO VIETATO AI MINORI DI 18 ANNI”.

Entro e sbatto gli scarponi per far staccare la neve zuccherosa dello spiazzo, slaccio la cerniera della giacca a vento e vado a sedermi al tavolo di fronte allo schermo della TV.

Su Sky c’è Roma-Atalanta, e anche se il calcio non mi ha mai eccitato particolarmente, aspetto i ragazzi adocchiando un quarto d’ora di passaggi.

Erano in ritardo, il Pollo e il Vinci. Come al solito, del resto. Mai una volta che si dica: ci vediamo al tal posto alla tal ora, e quelli non ti arrivino come minimo mezz’ora dopo.

Il Bino si avvicina con il suo straccio unto attorno ai fianchi, il pancione che si tende sopra a una maglietta del Brasile che è quasi grigia a forza di lavaggi senza la candeggina per i colorati, e piazza una manaccia rossa con le unghie sporche sul tavolo di legno.

«Ciao Alto, che si dice? Cosa ti porto?»

«Ehi, Bino. Tutto bene. Una media bionda, grazie.»

«Fiocca come nella cazzo di Siberia, fuori, o no?»

«Già.»

Mi guarda come se volesse attaccare una delle sue filippiche contro il governo che va male, e che quando nevica va anche peggio. Che quelli del comune non sono passati a spargere il sale e nemmeno a pulire dalla neve. Che ci sono troppi negri per le strade e cinesi nei negozi. Che a un povero cristo che lavora dieci, anche dodici ore al giorno, gli vien voglia di ammazzarlo, il tizio che gli entra in casa per rubargli le pannocchie, e che se avesse vent’anni di meno, imparerebbe l’inglese e se ne andrebbe a vivere all’estero-, ma poi ci ripensa perché vede che ho una faccia ingrugnita mica da ridere, e allora si gira offrendomi la visuale del suo sederone e torna dietro al banco a spillar birre e cianciare con i camionisti.

Si apre la porta, e con una folata di vento artico, entrano i miei amici, i due moschettieri dei miei sogni, che sghignazzano e sbraitano di non so che cosa.

Salutano il Bino, scambiano battute e saltellano attorno ai truci che sorseggiano alcolici (che ci potete scommettere, tra di loro si conoscono tutti) e poi vengono a piazzarsi al tavolo dove li sto aspettando, la schiuma della birra che è già bell’e scoppiata.

«Ohiiii, Altooo!» Esulta il Pollo, dandomi una pacca sulla schiena.

È allegro come una perpetua dopo la messa, stasera. Il Vinci fa un cenno con la testa, mi siede a fianco e comincia a studiare la lista delle vettovaglie con aria da intenditore.

«Come va? Che ci racconti?»

Io grugnisco, faccio l’offeso e non rispondo, sbevacchiando la mia bionda con gli occhi incollati allo schermo della TV.

Nel frattempo apro una piccola rapida parentesi per chi non lo sapesse: io, il Pollo e il Vinci siamo cresciuti insieme.

Sfortuna volle che il primo giorno delle elementari, la maestra Girelli, una bella gattona con la quarta di reggiseno e le autoreggenti sotto la gonna a tubo, ci avesse scelto per stare in gruppo durante un gioco spastico per “socializzare” e “interagire didatticamente”. In pratica dovevamo descrivere a turno le caratteristiche fisiche dell’altro. Tipo: il Vinci (che in realtà si chiama Vinciguerra) ha i capelli biondi e le orecchie a sventola. L’Alto è alto e magro, con le ginocchia a punta e il culo piatto. Il Pollo è grosso, ha i capelli neri sparati all’insù, come la cresta di un pollo, e ride come un Sultano Babbà.

La Girelli aveva sorriso alla definizione del sottoscritto e domandato che cosa intendessi. Le avevo spiegato che un Sultano Babbà ride tutto contento, che non gli importa niente di cosa pensano gli altri di lui e se ne sta seduto sulla sedia come se fosse un trono sultanesco.

Lei aveva convenuto che sì, era una definizione calzante, e da quel giorno ero diventato il suo cocchino, e nei temi fino alla quinta avevo la sufficienza assicurata.

Ma questo non c’entra.

Fatto sta che da allora, io, il Pollo e il Vinci siamo diventati un trio, proprio come i tre Moschettieri prima che arrivasse quel perfettino rompiballe di D’Artagnan, a mio avviso decisamente sopravvalutato.

«Dovevi vedere che numero ha fatto il Vinci mentre scendevamo…! Cazzo, a momenti ci ribaltavamo nella seriola di fianco al campo del Toni!», racconta il Pollo, tutto emozionato.

«Ooooooh..!» Faccio io, sarcastico.

I due si scambiano un’occhiata dove s’intendono subito (che mi fa imbestialire ancora di più) e fingono di guardare un po’ di partita calmi come agnellini.

Quando arrivano le crocchette di patate con la scura grande per il Vinci e il panino con cipolle senape e peperoni con la bionda media del Pollo, mi abbasso a chiedere:

«Allora, che cosa facciamo?»

Il Vinci scuote le spalle; è sabato sera e con questo tempo da lupi non vuole schiodarsi da qui.

Mi volto verso il Pollo, che di solito non molla nemmeno dopo dodici ore di fabbrica e vuole sempre andare in giro ad annusare a destra e a sinistra come un cane da tartufi, ma anche lui sembra disinteressato alle possibilità della nottata.

«Io più tardi mi vedo con la Bea», ammette il Vinci con una vocetta.

«Aaaaah, io sono stanco morto, cazzo. Oggi ho aiutato mio zio a far legna. Mi fanno male anche i muscoli del culo», si allea il Pollo.

«Ma non ti vedi la Simo, te?», chiede il Vinci guardandomi da sotto in su.

«No», rispondo, asciutto come un sasso.

I miei due moschettieri temporeggiano, ma al Pollo leggo in faccia il gaudio e la vittoria, come a voler ribadire un: «Te l’avevo detto o non te l’avevo detto, che con una così non duravi da Natale a Santo Stefano?»

«Abbiamo deciso di fare pausa», specifico, come se mi sentissi spinto a giustificarmi da una volontà diversa dalla mia.

«Aaaaah. Tutto okkey, allora», annuisce convinto il Vinci, ma non convince neanche il tavolo, ‘sto stronzo.

«Oh! Non è che non me la da più. E’ che adesso ha la tesi di laurea da preparare, e deve stare concentrata sullo studio», spiega la Volontà Diversa.

«Studia il sabato sera?», chiede il Pollo con una faccia da innocentino. «Ehi, sentite!», aggiunge poi, come a voler dare una manata per spegnere la fiamma. «Perché non andiamo al Blueberry un’oretta? Facciamo un giro, beviamo una cosa e poi si torna.»

Lo guardo con occhio vacuo. Il Blueberry è un night club a una quindicina di chilometri, dove andavamo secoli fa quando scarseggiavamo di materia prima e volevamo rilassarci un attimo.

«Ssss..ì», fa il Vinci pieno di contraddizioni in termini. «È un’idea.»

Annuisco. Poi scuto la testa. Poi penso alla Simo, che non sento da due giorni.

L’ho conosciuta in un locale frusto e denso di vibrazioni indie-rock un venerdì sera di nove mesi fa. Lei era quella con l’abito pieno di curve morbide e gli stivali al ginocchio, che ballava con una birra in una mano e la sigaretta nell’altra. Muoveva la massa di capelli biondi come dentro la centrifuga dei delicati, languida e con gli occhi chiusi, e avevo subito pensato: che tipa…

Mi ero avvicinato e le avevo detto:

«Lo sai che non si fuma, nei locali?»

Lei aveva annuito e scrollato le spalle:

«E tu chi sei, la polizia?»

Poi aveva riso forte e avevo notato due cose: una che aveva una bella risata da Sultana Babbà, e l’altra che aveva le fossette. Ero rimasto fregato da quello; folgorato come un albero di noci nello schiocco della folgore, turbato e rimescolato nello stomaco pieno dei carboidrati della cena come la stiva della nave nel rollio delle onde.

«Okkey. Andiamo là», decido ingollando l’ultimo sorso di birra e sbattendo il boccale sul tavolo.

Ci pigiamo tutti sulla Punto del Vinci, che a parte i cartoni di pizza unti del ’94, lattine di Beck’s come se facesse la raccolta differenziata della regione, cartacce varie, un parastinchi di quando era pulcino della squadra di calcio, il manuale di elettrotecnica del fratello, cacciaviti a stella, un pappagallo di plastica, Arbre Magique stinti e una Bibbia rilegata in similpelle verde, è la meno schifosa tra le nostre macchine, e imbocchiamo l’autostrada.

Il Pollo sta davanti, io dietro.

«Oh, ma si può sapere che te ne fai di ‘sta Bibbia?», chiedo tirandola su da un angolo, come se dovessi prendermi le verruche.

«Niente», fa il Vinci, ovviando. «Cosa ci devo fare?»

«Ma da quand’è che ce l’hai?»

«Da un po’.»

Io e il Pollo ci guardiamo con un ghigno in faccia.

«Da quando esci con la Bea!», lo accusa il Pollo.

«Cazzooooo! Sta cercando di Salvarti…!», ululo io.

«Oh, basta, cazzo! Non la leggo, me l’ha solo prestata.»

Scrosci di risate tipo donnette isteriche da parte mia e del Pollo.

«Ceeerto… E magari ti ha anche dato in custodia i suoi preservativi perché gli facessi fare il giro della zona», ribatte il Pollo, srotolandone una striscia che ha trovato nel cassetto del cruscotto.

«Ah ah ah. Cazzo ridi, Pollo. Ti ricordi l’ultima con cui sei stato te? Voleva portati al pranzo della domenica dai suoi dopo due giorni che avevi cominciato a uscirci insieme.»

«Mica vero. Erano ventun giorni, non due. E comunque ti ricordo che le ho detto ciao.»

Il Pollo ha una vita amorosa come quei giochi della Playstation dove c’è l’eroe Solitario e Cazzuto che ha una missione da portare a termine, ma viene sempre ostacolato dai cattivi, e che perciò deve impegnarsi a sparare a destra e a manca per levarseli dai piedi e tirare dritto, tutto d’un pezzo. Nel suo caso, lui è l’eroe Solitario e Cazzuto, e i cattivi sono le donne.

Nonostante la pancia e la cresta da pollo, sembra che le attiri come una calamita.

Sono: maniaco-depressive, fotografe dell’ultim’ora, fan di David Bowie e fissate con i rapporti seri. Di conseguenza ci fa qualche uscita e durano un amen.

«Guardate che non sono tutte sociopatiche», fa il Vinci, somigliando a Calimero.

«Ecco un altro genio. Vuoi vincere il Nobel?», sospira il Pollo scuotendo la testa.

«Oh, a me piace, la Bea. Mica ho detto niente…!», protesto, anche se non mi ascolta nessuno.

«Secondo te le donne sono il Nemico», accusa il Vinci guardando il Pollo con disprezzo.

«Sono diverse», ribatte il Pollo sbadigliando a bocca aperta.

«Diverse da chi?»

«Da noi. Dai maschi. Dai, lo sai benissimo cosa intendo. Sono volubili, e manipolatorie. E non sanno essere leali.»

Mi sorprendo a considerare con interesse e stupore le tre caratteristiche sopraelencate. Poi i bei vocaboli utilizzati.

«Non potrebbero mai diventare delle Moschettiere. E poi guidano di merda», aggiunge tranquillizzandomi.

Tre bei vocaboli uccisi da una cagata. Tutto normale.

Quando gli ho fatto conoscere la Simo, mi aveva scannerizzato, diagnosticandomi subito il decorso di una malattia allo stadio terminale. Aveva  predetto che il virus-Simo mi avrebbe mangiato fegato, cuore, palle e polmoni, per poi andare a fagocitare spensieratamente un altro organismo.

«E a te?», si volta puntualmente a guardarmi con il solo occhio sinistro. «Ti dobbiamo fare riabilitazione o cammini ancora sulle tue gambe?»

Gli rispondo con un dignitoso silenzio, ovvero rilasciando una scoreggia tra i jeans ed il sedile, tale da non coprire nemmeno il rumore dei tergicristalli.

«Maaaaadoooonnaaaaaa!…» Esala il Vinci aprendo immediatamente tutti e quattro i finestrini.

«Ma che cazz…!» Boccheggia il Pollo, ficcando il naso dentro al colletto del piumino.

Metto la berretta con la muffa e sorrido.

«Accosta all’autogrill, per favore. Devo fare il bisogno grosso.»

Il Vinci entra nello spiazzo illuminato del parcheggio sterzando immediatamente, e i due moschettieri si fiondano fuori, respirando a fondo le esalazioni di diesel e aria invernale.

Entro nel bar e vado in bagno a fare un giro.

Non avendo reale necessità, gioco con l’aggeggio asciugamani e mi scaldo la faccia con l’aria calda che esce dal bocchettone. Poi faccio lo slalom tra gli scaffali fino alla caffetteria dando un’occhiata ai peluche, i salami, le cover dei cellulari, gli spazzolini da denti e i cd di Pupo.

Trovo il Pollo alla cassa, che sta pagando uno sfilatino con crudo e paté di olive nere lungo quanto il suo braccio.

«Dov’é il Vinci?»

«Boh. Sarà in macchina.»

Usciamo, ma non c’è. Né il Vinci, né la macchina.

«Vinciguerra dei miei stivali», borbotto calciando un cumulo di ghiaccio nerastro con lo scarponcino.

«Inutile marrano», concorda il Pollo guardandosi attorno e tenendo una mano in parallelo sopra al panino, per proteggerlo dalla neve.

«Ohi! Moschettieri delle mie brache», sentiamo dire alle nostre spalle.

Il Vinci è dietro di noi e tiene un panzerotto avvolto dentro al guanto.

Dunque, la faccenda è andata così: ci avevano fregato la macchina.

«Sei un deficiente», lo apostrofa il Pollo dopo cinque minuti di “ma pensavo che ci stessi tu – no, io pensavo che mi aspettassi qua” in cui abbiamo appurato che ognuno dei due era entrato senza preoccuparsi di togliere le chiavi dal quadro.

Intanto che partono chiamate dal cellulare del Vinci verso tutti i nostri amici e conoscenti per elemosinare un passaggio verso casa, ripenso alla prima volta che sono stato con la Simo; nella sua Micra cinque porte parcheggiata dietro alla legnaia del Bracco.

C’era profumo di resina e caprifoglio, il frinire dei grilli e qualche lucciola sotto all’olmo.

Abbiamo fatto l’amore tre volte e poi abbiamo guardato il cielo farsi grigio e rosa ascoltando il cinguettio degli uccelli che si svegliavano, abbracciati sul sedile di dietro.

Il Pollo mangiucchia la sua merenda tenendomi d’occhio, con la faccia simile ad un Picasso.

«Oh ma, senti… Si può sapere che cos’è successo con la Simo, alla fine?»

Il Vinci sta supplicando qualcuno all’altro capo della linea promettendogli del midollo osseo, o una parte della quattordicesima.

«Sono stato con una l’altra settimana, alla festa del Robbo», dico rivolto al marciapiede, che non mi giudicherà male.

«Nooo!… Ma chi?»

«Una.»

«Sì, va bene, ma “una” chi?»

«Una tipa. Una ragazza. Una donna! Una femmina, cazzo! Chi se ne frega di chi è?»

«E ti ha scoperto?!»

«No. Ho confessato. Due giorni fa.»

Colpevole, Vostro Onore! Sono solo un vigliacco, Vostro Onore! E’ giusto che sconti la mia pena (mi dico nella testa), e poco ci manca che cominci a battermi il pugno sul petto.

Il Pollo mi molla due o tre pacche sulla spalla, lasciandoci sopra impronte digitali farinose, ed io mi sento come uno straccio delle polveri.

«Allora che si fa?», chiedo sconsolato.

Nessuno di quelli con cui il Vinci è riuscito a parlare ha intenzione di venire a raccattare tre Nobel nella tormenta siberiana.

Nemmeno suo fratello.

Il Pollo ha finito di masticare lo sfilatino, rutta nel pugno chiuso e butta la carta nel cestino sfasciato del parcheggio.

«Tutti per una e una per tutti?»

Io e il Vinci lo guardiamo senza capire.

«Ecco, adesso vaneggia», sospiro.

Lui si stringe nelle spalle, con un sorrisino arreso sulle labbra:

«Dai Vinci, chiama la Bea e senti se ci viene a prendere. Anche perché con la tua macchina, le hanno pure fregato la Bibbia.»

TRE NOBELultima modifica: 2018-11-11T13:56:40+01:00da rossololita5
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