Ognissanti

Era la festa di Ognissanti, ed era tornata nel suo paese d’origine a trovare sua madre per pranzo.

Avevano mangiato spaghetti con sugo di carne, polpette, patate al forno ed il dolce pugliese che aveva imparato a fare dalla nonna, il vino dei morti.

Nel tardo pomeriggio era uscita con una scusa qualsiasi, per fare due passi e prendere una boccata d’aria.

Prima aveva percorso il chilometro e mezzo di salita per raggiungere la piazza del paese, ed era rimasta sconcertata davanti ad alcuni negozi vuoti che si ricordava dalla sua infanzia: la cartoleria Annelise, l’orefice Ruffoni, la tabaccheria di fianco al campanile.

Altre cose erano rimaste immutate, come istantanee fedelissime del viso di una persona amata: la torre dell’acquedotto, la discesa che portava alle scuole materna ed elementare, il parcheggio davanti al Comune.

Al ritorno aveva preso una strada differente, passando per la frazione del paese dove viveva Serena, la sua amichetta di allora; si erano conosciute ad otto anni ed erano rimaste molto legate fino ai ventuno. Poi avevano litigato e non s’erano viste più. Lei si era trasferita a Brescia e Serena… chissà. Ora avevano entrambe trent’anni e aveva sentito dire che si era sposata con il ragazzo con cui usciva alle superiori ma che viveva ancora in zona.

Era passata davanti a casa dei suoi genitori, il grande cancello in ferro battuto, le siepi che delimitavano l’ampia tenuta con il frutteto, la piscina, il campo da tennis.

Si ricordava ancora le corse al freddo dei pomeriggi d’’inverno e le scorrazzate in bicicletta, con le ruote che andavano ad impantanarsi nel fango molle e gelido.

Riusciva a rievocare in un secondo il tempore della cucina, quel puzzo fastidioso di immondizia e stoviglie non lavate, l’odore intimo che c’era nello studio dove andavano a fare i compiti, chiacchierare, e quello pungente del suo cane sdraiato a russare sotto alla scrivania.

Percorreva la strada e s’era fatto già buio. Le tornò in mente la paura sottile che l’assaliva alla base della nuca e nei muscoli delle spalle quando doveva tornare a casa per cena. Passava davanti alla casetta con le tende rosso pastello (c’erano ancora!) appese alle finestre ed il bocchettone di areazione della stufa che buttava fuori aria calda con un rumore sinistro, come le fauci tonde di un mostro lamentoso. Poi accostava l’officina del meccanico da cui proveniva quel puzzo intenso di olio per motori e carbone amaro, simile a quello che pensava dovesse esserci in un girone infernale.

Infine si ricordò del cane legato al guinzaglio che le abbaiava contro ogni volta che passava davanti allo sterrato della cascina in fondo alla via, e dell’istinto di correre a perdifiato che l’assaliva.

Quella sera di Ognissanti le strade erano deserte e silenziose. Tutto era immobile e vagamente sinistro. I lampioni illuminavano gli angoli bui dei marciapiedi e non si sentiva il rombo di una macchina, né una voce di bambino, né il frusciare delle foglie degli alberi mossi dal vento.

Verso i tredici anni aveva letto “IT” di Stephen King, e da allora aveva sempre avuto il timore che un artiglio malefico sarebbe spuntato da una fessura dei tombini ed una voce gracchiante l’avrebbe incitata ad avvicinarsi per poi… beh, non sapeva bene cosa sarebbe successo a quel punto, ma cercava di pensare a qualcosa di allegro e di tenere gli occhi puntati dritto davanti a sé.

Qualche volta supplicava Serena di accompagnarla per un pezzo, odiandola perché poteva starsene al sicuro, al calduccio nella sua casa animata e luminosa mentre lei avrebbe dovuto affrontare l’ignoto, il freddo ed i mostri in agguato nel buio. Allora uscivano insieme, concordavano un punto oltre cui l’amica non avrebbe proseguito, e finivano con il traghettarsi un paio di volte allungando man mano il pezzo di tragitto per continuare a supportarsi a vicenda.

Ricordare queste cose le mise addosso l’antica infantile inquietudine di quelle sere, e si ritrovò ad adocchiare nuovamente le grate dei tombini. Al principio della salita che portava a casa di sua madre un lampione si era fulminato, ed una grossa fetta di marciapiede restava avvolto nell’ombra di pece come in attesa di lei. Ricorse allo stratagemma di ragazzina focalizzando l’attenzione sulla finestra illuminata di una casa più avanti e costringendosi a pensare ad altro.

Giunta al sicuro, di nuovo alla luce, tirò un respiro di sollievo e sorrise: incredibile quanto, nonostante il tempo passi, certe cose cambino ma altre non cambino mai.

Ognissantiultima modifica: 2017-11-05T15:00:04+01:00da rossololita5
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