Macerie

Sta pensando che non dovrebbe più tornare a smuovere certe acque, ma quello che riaffiora è ancora talmente bello che non riesce veramente a resistere alla tentazione.

Stasera è tornata a mangiare in quel locale e finalmente (dopo diversi mesi da che l’ha visto l’ultima volta) ha ordinato il piatto che le aveva consigliato. Era del riso nero con gamberi e verdure ed aveva il sapore e la consistenza di certi cibi particolari come le ostriche o i tartufi, che all’inizio ti sorprendono, poi avvincono.

Assaggiandolo, cucchiaio dopo cucchiaio, ha provato nostalgia.

Il suo cuore è uno strumento con ingranaggi complessi. Può utilizzarlo come un contenitore a chiusura ermetica e tutto ciò che vi riversa sembra trovare autonomamente la sua collocazione, permanendo.

Quello che resta, come i sedimenti sul fondo di un bicchiere di vino rosso, può essere rimescolato e tornare a galla.

Ogni tanto ricorda certe cose, senza volerlo.

Era ad una festa con musiche greche e c’era gente che ballava e batteva le mani a tempo con la musica.

Un ragazzo portava dei jeans con un paio di infradito e lo aveva rivisto: quella mattina dopo che si era fermata a dormire a casa sua. Stava preparando la colazione -uova strapazzate, prosciutto, pane tostato con burro e marmellata e caffè.

Prima di fare la doccia aveva messo dei jeans lisi, infilato i piedi in un paio di ciabatte di gomma ed indossato una maglietta bianca. Probabilmente era un indumento che utilizzava solo per dormire o per fare le pulizie perché quando si era stiracchiato sollevando le braccia, aveva notato che era un po’ ingiallita sotto le ascelle e scucita lungo i bordi.

Aveva provato un moto a metà strada tra la repulsione e la tenerezza. Quei piedi nudi, fragili ed esposti. Quelle macchie intime di sudore che una madre attenta sarebbe riuscita a far sparire, ma che da oltreoceano era impossibilitata a fare. Quel gesto languido e scomposto. Lo spadellare e metterle sulla tavola una quantità di cibo esagerato.

Le torna in mente la stupida chitarra elettrica pretenziosa (che non aveva mai imparato a suonare) appoggiata al sostegno nella sua camera da letto e quell’animale esotico di cui non ricorda il nome che le aveva spiegato essere tipico dell’Uruguay -un soprammobile assurdamente grosso- posato sopra la mensola del bagno.

Casa sua era la copia esatta del catalogo dell’Ikea, anche se arredata con mobili un po’ meno a buon mercato e priva di qualsiasi oggetto di natura personale, fatta eccezione per un paio di fotografie, il quadro di due amanti intenti a ballare un tango -la donna dai capelli corvini e l’abito rosso- i due accessori strambi e un portachiavi con una scritta in spagnolo. C’era inciso sopra qualcosa tipo: prima di regalare a qualcuno il tuo cuore, assicurati di non perdere la chiave.

Naturalmente l’aveva odiato. Sia perché lo trovavo prosaico, sia perché era pieno di autocompatimento. E poi perché voleva significare che finchè fosse rimasto appeso alla parete, lui non si sarebbe mai aperto del tutto.

Quello che la colpiva e confondeva era il giudizio ambivalente che le suscitava il suo aspetto fisico. Quando si era resa conto che la stava guardando ballare di fianco al bancone del locale le era sembrato un tipo anonimo. Il giorno dopo aveva ripensato alle chiacchiere che avevano scambiato fuori, al freddo, e se lo era ricordato bellissimo.

Le prime volte che era uscita a cena con lui si era fissata su alcuni dettagli: le mani con le dita affusolate, i polsi sottili, gli occhi scuri e grandi e le labbra. Dopo qualche tempo le aveva fatto notare che continuava a fissargli la bocca mentre parlava. Lo faceva perché quando sorrideva si trasformava in un tipo solare e un leggero difetto di dentatura -come un neo all’angolo del mento o una macchiolina sulla cornea bianca- lo rendeva attraente.

Invece quando le si sdraiava sopra le dispiacevano le sue braccia magre, la fronte cupa ed il naso camuso. Le aveva detto che quest’ultimo era uno dei pochi tratti caratteristici che aveva preso dalla parte latinoamericana della famiglia.

Ogni tanto le sembrava un uomo di trentacinque anni, ogni tanto un ragazzo di venti. Si accorgeva del disagio che provava nel mostrare le sue gambe magre dal modo in cui si infilava i pantaloni prima di andarsene.

Le prime volte che avevano fatto sesso si era sorpresa di quanto il petto glabro ed il dorso delle sue mani fossero morbidi. Aveva passato diversi minuti sdraiata sul fianco a baciargli e mordicchiargli una spalla, spinta da quella gratificazione orale immediata che suscita la pelle tenera dei bambini molto piccoli.

A distanza di mesi tira fuori da sotto le macerie qualche dettaglio tra questi.

Ripensa alla sera più bella. Niente di speciale; solamente una sera di febbraio infrasettimanale in cui l’aveva portato in quella bettola con le bottiglie di vino a prender polvere sdraiate sulle rastrelliere di legno ed i prosciutti appesi a stagionare sopra alla testa.

Il proprietario gli aveva consigliato un vino rosso particolare, che aveva l’odore dei peperoni verdi, diceva. Loro si erano guardati in faccia stupiti, pensando che li stesse prendendo in giro.

Invece il vino aveva proprio un sentore di peperoni acetati e, nonostante potesse sembrare disgustoso, l’avevano accompagnato con delle zeppole ripiene di mela e crema pasticcera con un risultato perfetto.

Avevano chiacchierato di tante cose. Del suo lavoro, l’ambizione, un film, qualche teoria semiseria su forme di vita aliene, le coincidenze che succedono. Per una volta si era sentita tranquilla e libera di parlare con naturalezza.

Si è tenuta da parte quella proposta scherzosa. Lui giocava a basket fin da piccolo. Gli aveva detto: andiamo al parco e mi insegni a marcare.

L’aveva stuzzicata il suo entusiasmo, perché le aveva spiegato che è uno sport in cui può succedere di tutto, in pochissimi attimi; che il risultato della partita può cambiare a dispetto delle previsioni. Che mentre si gioca può accaderti di entrare in una specie di flusso che ti fa ottenere prestazioni incredibili, qualche volta.

Quando aveva cominciato a frequentarlo aveva detto a un paio di amici intimi che a letto era un pazzo furioso. Non in senso spregiativo o ironico, ma con lo stupore di chi si ritrova abbracciata ad un ragazzo con la pelle che scotta e ti coinvolge e ti entra subito in testa.

Gli aveva scritto un poesia qualche giorno dopo:

dimmi almeno che oscura meraviglia già ti prende di me, che trovi bella questa sommessa e umile giunchiglia che già ti paragona a una stella. Dimmi che me divina e me presente senti dentro al tuo letto di piacere, dimmi che un bacio fuga dolcemente tutte le smanie e tutte le chimere.

In poco tempo avevano già il loro vocabolario personale: le fragole, i colibrì, le giunchiglie, strepitoso, gli abbracci terribili, manchi.

E lo spazio. E il tempo, naturalmente.

Macerieultima modifica: 2017-08-17T03:33:35+02:00da rossololita5
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